Roma, 10 marzo 2010
Signor Presidente, lei continua a non ritenere di dover
chiedere al ministro Alfano di motivare l'apposizione della questione di
fiducia, almeno così mi sembra di capire; questo passaggio non l'ho sentito. Lei
continua a ritenere che dobbiamo andare avanti nel dibattito senza che il
ministro Alfano, o chi per lui, motivi a quest'Aula la richiesta di fiducia. Ci
spieghi perché. Il collega Malan ieri ha detto che è stata motivata. Ebbene, è
stata motivata così: accertate le circostanze, visto il numero degli
emendamenti, il Governo pone la questione di fiducia. Non è questa la
motivazione, colleghi. La motivazione deve essere: vi spiego qual è il rapporto
tra l'urgenza di questo provvedimento e il programma del mio Governo, un
rapporto così stretto che metto in gioco la fiducia, cioè metto in gioco il
Governo stesso su questa partita.
Questo dovrebbe spiegarci il ministro Alfano.
Il silenzio che viene dal banco della Presidenza mi fa
capire che il mio punto di vista non è condiviso dalla Presidenza. Pazienza, non
è la prima volta.
Peraltro, signor Presidente, la nostra insistenza su
questo punto - e anche questa mattina la Capogruppo si è soffermata su tale
questione - è che non si tratta di un problema di bon ton istituzionale o, tanto meno, come
qualche collega della maggioranza lasciava intendere, di un artifizio di tipo
ostruzionistico; a nostro avviso, questo passaggio è particolarmente grave
perché interviene su un atto del Parlamento, su un disegno di legge di
iniziativa parlamentare e non del Governo, come si è detto, nemmeno legato ad un
maxiemendamento che tentasse in qualche modo di tener conto del dibattito e
degli emendamenti presentati su un argomento che non è nel programma del
Governo. Perché non ci sono queste motivazioni? Perché, Presidente, le
motivazioni che dovrebbero essere qui portate sono inconfessabili in pubblico e
non si possono dire in un'Aula istituzionale. Questo Governo non può alzarsi e
dire la verità, dire ai ragazzi che ci ascoltano: «Sì, questo provvedimento è
urgente e noi poniamo la questione di fiducia; ci giochiamo la faccia, la
nostra, del Governo, della continuità della legislatura, perché non vogliamo che
il Presidente del Consiglio si faccia processare». Questa cosa non si può dire
in un'Aula istituzionale, ma è la verità. Non possiamo andare avanti con questo
dibattito come in una specie di fiera della falsità, dove non parliamo del
punto, che è questo e non ce ne sono altri.
Il senatore Quagliariello ci ha richiamato ieri, secondo
questa sua tecnica (che però non è solo sua) cui siamo abituati da questo
centrodestra, soprattutto in questa legislatura, del superior stabat lupus, per cui il lupo
rimprovera all'agnello di essere lui che provoca per farsi mangiare; questa è la
tecnica che si continua ad utilizzare. L'altro giorno sul giornale avrete visto
anche voi un titolo che era incredibilmente autoironico. Infatti, a proposito
delle liste, il giornale titolava: «Imbrogliano e poi fanno le vittime». Ho
pensato con stupore di essere di fronte ad un passaggio autocritico; invece no!
Parlava di noi!
Ieri il senatore Quagliariello ha usato, purtroppo - e
dico purtroppo perché considero il collega particolarmente qualificato e
competente - questa tecnica, cioè che la richiesta di fiducia su quest'atto, che
consideriamo un'aggressione istituzionale, sarebbe, in realtà, motivata da una
nostra aggressione, dicendo che avevamo fatto prima di Natale delle aperture di
tipo istituzionale. Personalmente, ricordo solo che avevamo fatto delle aperture
sulle riforme istituzionali, ma fosse anche che avessimo parlato di tale
questione, perché non voglio sottrarmi ad entrare nel merito, di avere cioè un
Presidente del Consiglio inquisito in diversi procedimenti, c'è un problema
serissimo per questo Paese; è lo strumento, di cui non riusciamo a capire il
senso.
Mi permetto di dire che l'unico strumento possibile in
una democrazia civile è il processo breve ad
personam. Dovremmo cioè avere un provvedimento che dice che il
Presidente del Consiglio per esercitare serenamente - visto che abbiamo
introdotto questa nuova categoria politico-giuridica della serenità del
Presidente del Consiglio - il suo mandato, avendo delle pendenze con la
magistratura, vuole essere processato in 15 giorni, in fretta, passando davanti
a tutti, con procedure d'urgenza, perché la priorità per il Paese è togliere
qualsiasi ombra dal Presidente del Consiglio. Allora noi ci stiamo a fare un
ragionamento di questo genere perché il bene prezioso non è la serenità del
Presidente di poter governare senza l'intralcio fastidioso di doversi presentare
ai processi; il bene prezioso è la serenità di tutti i cittadini italiani di
potersi svegliare la mattina, andare a lavorare, avere la preoccupazione di far
tornare i conti della giornata, portare i figli a scuola, affrontare tutti i
mille problemi della vita quotidiana, sapendo di essere governati da una persona
per bene.
Sapendo di essere governati da una persona, magari di
centrodestra, magari di cui non si condividono le opinioni, ma per bene. Voi
invece ci chiedete di votare un provvedimento senza mettere in atto tutti gli
strumenti che democraticamente possiamo usare per opporci, un provvedimento che
dice che per sei mesi e poi ancora per sei mesi e poi ancora per altri sei mesi
il Presidente del Consiglio può non sottoporsi a giudizio. Ma allora perché poi
abbiamo pronto un altro provvedimento? Anche in merito a ciò non sono d'accordo,
ma chi era d'accordo che questo potesse costituire un escamotage ha sempre considerato che lo
stesso avrebbe dovuto comportare la sparizione del provvedimento sul processo
breve, non quello ad personam di
cui parlavo prima ma quello erga
omnes che avete votato voi.
Contemporaneamente, anche se non lo si dice, è una legge
ponte; ma dov'è la riva? Dov'è il testo di legge su cui ci chiedereste di fare
il ponte, di governare la transizione? Non c'è. Abbiamo quindi un Governo che
vuole giocare quattro carte (è un gioco nuovo, non quello delle tre carte) e
tenerle tutte sul tavolo per ricattare il Parlamento ed il Paese. Mi spiace
usare parole grosse ma di questo si tratta, di un ricatto al Parlamento ed al
Paese, della serie: finché non si passa questo guado qui non si discutono più i
problemi della gente, qui non si fa più sul serio, non si fa più politica,
perché questo è il guado che va passato. Noi, signor Presidente, che serenamente
e pacatamente vorremmo un Paese civile, normale (non siamo mossi dall'odio e da
nessuno di quei sentimenti che ci vengono imputati), che vorremmo vivere in un
Paese sereno e civile. A questo non possiamo accomodarci.
Concludo, Presidente, dicendole, sempre serenamente e
pacatamente, che, non so i colleghi, ma personalmente mi aspettavo da lei delle
scuse. Lei ieri ha chiuso la seduta rivolgendo all'Aula le parole: «Vi siete
sfogati». Un'Aula che aveva rumoreggiato di fronte a quello che considero un
abuso. La prego di non usare più questi toni tra il paternalistico e
l'offensivo. (Applausi dal Gruppo
PD). Forse avrebbe preferito che io prendessi questo Regolamento e
glielo buttassi contro, come so facevano i colleghi del centrodestra? (Applausi dal Gruppo PD).(Applausi dal
Gruppo PD. Congratulazioni). Sarei molto
tentata, ma, vede, ho troppo rispetto per questa istituzione, dove ho l'onore di
essere stata mandata dai cittadini italiani, per fare quello che invece facevano
i colleghi del centrodestra.
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