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Roma, gennaio 2011
In queste settimane si sta
parlando molto del federalismo fiscale e di come questo possa influire sul
futuro del Governo Berlusconi. Il tema, si sa, costituisce la principale
battaglia politica della Lega e non è irragionevole pensare che da esso possa dipendere,
infine, la tenuta dell'intero Governo. O quantomeno è il tema che la Lega ha scelto nella sua
comunicazione con l'elettorato come strumento per decidere se, quando e come
far cadere il Governo. Considerato l'uso strumentale che del tema si sta facendo
in questi giorni, è forse opportuno, per amore di verità e per i pochi che si
interessassero, come me, ai contenuti, chiarire alcuni passaggi e ricostruire
sinteticamente l'intero percorso che ha condotto al dibattito di questi giorni.
La riforma del Titolo V della Costituzione e con essa l’ammodernamento
dello Stato in senso federalista sono state pensate e realizzate dai Governi di
Centrosinistra. Nella convinzione che la strada del decentramento
amministrativo, prima, e di quello delle competenze e dell’amministrazione,
poi, fosse l’unica percorribile per una riforma in senso moderno dello Stato, e
consapevoli di avere una sorta di “diritto di primogenitura” sul federalismo,
il Partito Democratico ormai due anni fa si astenne in un primo tempo sulla legge
d’attuazione del nuovo articolo 119 della Costituzione, il cd federalismo
fiscale, nonostante i dubbi espressi principalmente sulla mancanza dei due
fondamentali strumenti in qualche modo preliminari: Il nuovo Codice delle
autonomie e la Riforma
fiscale. Tutte le nostre migliori e fiduciose aspettative sono state disattese
da questo Governo, il quale non ha fatto altro che applicare con estrema
lentezza e vaghezza i contenuti della legge 42/2009. Questa legge contiene al
proprio interno una lunga serie di deleghe al Governo, in virtù delle quali
l’esecutivo avrebbe dovuto predisporre dei decreti cd. attuativi nei quali con
chiarezza e precisione sarebbero state indicate concretamente le modalità
attraverso cui realizzare il federalismo. Complessivamente la legge 42/2009
prevedeva una ventina di decreti legislativi; due anni dopo ne sono stati
approvati in via definitiva solo 3.
I decreti legislativi devono ricevere il
consenso della Conferenza Unificata e il parere delle Commissioni parlamentari.
Mentre vi scrivo la
Conferenza sta esaminando lo schema di decreto legislativo
relativo alle imposte regionali e il Parlamento quello connesso alle imposte
comunali (A.G. 292). Su questo secondo provvedimento la Commissione bicamerale
per l’attuazione del federalismo fiscale, il cui Vice Presidente è il collega
del Partito Democratico Marco Causi, sta elaborando un parere – non si tratta
quindi di una vera e propria approvazione, come invece spesso si legge sui
giornali. Lo schema di decreto legislativo 292, come evidenziato dal Senatore
Barbolini nella relazione di minoranza,
presentava delle forti criticità, soprattutto in merito al fatto che il meccanismo di
base continua ad essere di carattere compensativo e di finanza derivata esattamente come oggi, a tutto
discapito del circuito autonomia-responsabilità in virtù del quale il cittadino
ha il dovere di finanziare i servizi comunali e ha contestualmente il diritto
di valutarne la qualità e l’efficienza.
Per queste ragioni il PD aveva
presentato una controproposta complessiva, che darebbe vera autonomia,
unificando e semplificando il sistema dei tributi locali (apri il documento ), presentata e discussa con comuni e
operatori del settore casa. Ma non è stata presa in considerazione dal Governo.
L’intero sistema Calderoli si baserà sul calcolo delle basi imponibili
collegate agli immobili a livello comunale. Queste basi sono molto difformi fra
territori, non solo tra Nord e Sud ma anche tra differenti comuni sia al Nord
che al Sud, come rilevato da uno studio del collega senatore Marco Stradiotto.
Infine il testo presenta
delle forti ambiguità rispetto alle modalità della perequazione e rinvia la
definizione delle modalità attuative e di riparto del fondo perequativo in
successivi decreti ministeriali. A fronte delle numerose e consistenti critiche
dell'opposizione, in particolare del PD, ma anche delle Regioni e degli enti
locali, il Governo ha apportato delle modifiche al primo testo che è stato
presentato solo ieri in Commissione bicamerale.
Il nuovo testo recepisce alcuni rilievi
dell'opposizione e dell'ANCI, ma ad un primo e superficiale sguardo le
modifiche proposte non appaiono sufficienti a cambiare del tutto il giudizio
del PD. Come faceva notare proprio ieri in Commissione bicamerale il Collega
Vitali, molte sono ancora le questioni aperte e irrisolte: la cd. cedolare
secca sugli affittti nè è un esempio, dal momento che è una norma fiscale,
secca appunto, che non può rilevare ai fini della realizzazione di una
autonomia impositiva municipale. Così come anche questo secondo testo conferma
che il peso fiscale concerne prevalentemente i possessori di seconde case,
contravvenendo in tal modo al fondamentale principio dell'identità tra
contribuenti e beneficiari. Insomma, guarderemo meglio il testo, ma c'è il rischio
che i Comuni, taglieggiati come non mai dalle tre finanziarie di Tremonti, si
troveranno nella necessità di aumentare pesantemente le imposte locali, e
questo sarà chiamato federalismo. Per questo motivo forse la Lega vuole andare al voto
subito: per evitare che i cittadini se ne accorgano.
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