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Milano, 4
febbraio 2011
L'omaggio
dedicato alla memoria di Padoa Schioppa dalla Bocconi, lo scorso martedì, è
stato qualcosa di più di un doveroso ricordo ad un grande bocconiano.
Nelle
parole di Monti, Prodi e Napolitano abbiamo sentito la preoccupazione per un
paese che si allontana dall'Europa e nell'applauso, quasi un'ovazione dei mille
presenti, l'urgenza del cambiamento e la certezza che una classe dirigente c'è.
Marilena
Adamo
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Qui di seguito, il testo integrale del discorso di Romano Prodi
L’insegnamento di Tommaso Padoa Schioppa ed il suo richiamo alle necessarie
virtù collettive
Testimonianza del Presidente Romano Prodi all’Università Bocconi: “Tommaso Padoa-Schioppa Ricordato nella sua Università”
Non riesco a parlare al passato di Tommaso Padoa-Schioppa.
Non mi è possibile farlo per l’affetto e l’amicizia che ci hanno da sempre legati. Non
mi è possibile perché l’attualità della sua lezione umana e professionale, lo
stile della persona e il suo rigore vanno ben oltre i limiti del tempo.
Più volte ho incrociato nella mia vita la sua metodica precisione che,
abbinata alla curiosità che solo una mente aperta può avere, ne ha fatto per me
un punto di riferimento. Egli è uno degli europeisti più convinti che abbia
conosciuto, uno degli economisti più raffinati, uno degli intellettuali più
puri.
In questa breve riflessione sugli anni di Governo di Tommaso
Padoa-Schioppa non mi è nemmeno facile separare il ricordo delle nostre
conversazioni libere e aperte (a volte arricchite da una certa comune
ingenuità) da quello delle lunghe e faticose riunioni nelle quali si cercava di
approfondire gli aspetti tecnici e le conseguenze economiche delle nostre
proposte e dei nostri provvedimenti.
D’altra parte è un’esperienza difficilmente ripetibile potere combinare
una seria e candida analisi dei problemi con una completa identità di intenti
sugli obiettivi fondamentali della comune azione politica.
La decisione di affidare a Tommaso Padoa-Schioppa uno dei più delicati e
complessi compiti di Governo non era infatti derivata soltanto da una
collaudata fiducia sulle sue doti di intelligenza e sulle sue capacità
tecniche, ma anche da una assoluta sicurezza sulla comunanza di valori e di
obiettivi.
Partendo da queste premesse è stato possibile affrontare senza tensioni,
anche se con la necessaria dialettica, i problemi più difficili, a partire dal
ben noto dibattito sulla politica dei due tempi e sul contrasto fra efficienza
ed equità.
La crescita infatti è sempre stato il punto di arrivo della politica di
Tommaso Padoa-Schioppa, ma il risanamento ne ha costituito il pilastro
fondamentale. Questo non significa affatto adottare la politica dei due tempi
(prima il risanamento e poi la crescita) ma comporli nel modo compatibile con
gli obiettivi e i vincoli dell’Italia. Per questo motivo la strategia
finanziaria è stata obbligata (anche per tenere conto dei necessari impegni
europei) ad attribuire un maggior peso al risanamento nel primo anno e un
maggior accento sulla crescita nell’anno successivo.
Partendo da una analisi realistica in cui si descriveva l’Italia (e sono
sue parole) come “un’impresa indebitata e gravemente sottocapitalizzata, con
punti di forza in imprese e settori che tuttora eccellono “ma che nel suo
complesso perde posizioni nel mondo”. Con grandi potenzialità e ottime
possibilità di ritornare a produrre ricchezza ma solo dopo “uno sforzo
eccezionale e prolungato”.
Nella nostra complicata coalizione di Governo questa diagnosi aveva
costituito l’occasione per riaprire il dibattito sui due tempi e per dare luogo
ad interpretazioni per molti punti dissonanti nelle diverse anime della
coalizione. Una discussione che non cessò mai di scuotere la vita del Governo
anche quando si manifestarono i lati positivi della sua azione in termini di
riequilibrio dei principali parametri dell’economia italiana.
Il rigore aveva dato infatti risultati straordinari, con una vigorosa
riduzione del deficit, attraverso la quale si passa dal 4,2% del 2005 (soglia
che aveva sottoposto l’Italia a procedura di infrazione per “disavanzi
eccessivi”) all’1,9% del 2007.
L’avanzo primario che era stato faticosamente ottenuto negli anni che
avevano preceduto l’entrata dell’Euro (con un picco al 6,6% del PIL nel 1997)
si era infatti pressoché azzerato fino ad arrivare allo 0,3% del PIL alla
vigilia del nostro governo.
Tale avanzo è stato riportato al 3,1% facendo pendere la bilancia del
debito pubblico verso il sentiero discendente, dal 106,5 nel 2006 al 103,5 nel
2007. Ed è certo preoccupante che tale avanzo primario, anche se con il
contributo della crisi economica, si sia oggi di nuovo azzerato.
Una efficace azione permanente di contrasto all’evasione fiscale e l’adeguamento
dei coefficienti di liquidazione delle pensioni alle mutate speranze di vita
(previsto dalla riforma Dini ma mai messo in atto), ponevano inoltre le
premesse per garantire il mantenimento di un percorso virtuoso anche nel lungo
periodo.
Una strategia quindi rivolta a raggiungere il pareggio di bilancio e
riportare il debito pubblico in linea con i parametri europei in modo da
rendere disponibili (come ripetutamente ricordava Padoa-Schioppa ad una
audience non sempre disposta ad ascoltarlo) decine di miliardi di Euro all’anno
per investimenti nel capitale fisico e umano, per ridurre la pressione fiscale
e per sviluppare i programmi sociali ancora carenti.
Una strategia che esigeva profonde riforme nel modo di operare del
Ministero dell’Economia e delle Finanze. Per questo motivo egli volle
sull’esempio del tesoro britannico, adottare il sistema della “spending
review”, che sarebbe stata messa in atto partendo dalle conclusioni della
commissione tecnica per la finanza pubblica costituita sotto la presidenza del
Prof. Muraro.
Il passaggio a un bilancio classificato per missioni e programmi pose le
premesse per una approfondita discussione politica – prima nel Governo e poi
nel Parlamento – degli obiettivi e delle priorità necessarie per realizzare una
gestione responsabile delle risorse da parte delle pubbliche amministrazioni.
Ed è attraverso questi strumenti che sono state consegnate al Ministro che
è succeduto a Tommaso nel maggio 2008 le basi tecniche e conoscitive per una
riqualificazione totale della spesa pubblica.
Come abbiamo in precedenza sottolineato il risanamento non è mai stato
separato da una strategia di sviluppo economico e sociale, perseguito per mezzo
di sgravi fiscali a favore delle imprese e dei cittadini (abbattimento
dell’IRAP e IRES e dei contribuenti minimi), recuperando risorse nell’ordine di
40 miliardi per spese per infrastrutture e ponendo le basi per riforme
settoriali tra le quali mi limito a segnalare il patto per le Università,
mirato a modelli di finanziamento correlati al “merito” e alle capacità
gestionali dei diversi atenei.
Non poche sono state le discussioni e non poche sono state le dure
controversie su queste decisioni (a proposito delle quali vorrei tuttavia
ricordare che il processo di approvazione delle leggi finanziarie, anche se
certamente troppo contorto, non era allora un semplice rito). Mi ritorna alla
mente in particolare la sofferta decisione sul cosi detto “cuneo fiscale”,
ritenuto uno strumento di vitale importanza per fare riprendere competitività
alle imprese e per assicurare al Governo una minore ostilità da parte del mondo
degli affari.
Il primo di questi obiettivi è stato pienamente raggiunto, essendo state
le imprese sollevate di quasi cinque miliardi di contributi fiscali. Non
certamente il secondo perché le tensioni con il mondo produttivo si acuirono
ulteriormente già all’indomani della decisione.
Risanamento e sviluppo, infine, non potevano essere separati
dall’equità. Essa partiva dalla necessità di una azione sistematica e duratura
contro l’evasione fiscale e passava attraverso sgravi di imposta e
trasferimenti in favore dei meno abbienti. In concreto, come già si è fatto
cenno, si è attuata una riduzione dell’ICI selettiva per le prime case, di
sgravi IRPEF, di un bonus ai contribuenti “incapienti” per una cifra
superiore ai 5 miliardi all’anno e della firma di un protocollo sul welfare.
Tutto questo, citando le parole di Tommaso, si era ottenuto “nel
contesto di una infuocata temperie politico-mediatica, della quale non ricordo
l’eguale negli ultimi decenni”.
La tempesta mediatica era stata particolarmente violenta allorché T.P.S.
(come noi confidenzialmente lo schiamavamo) aveva, con voluta ingenuità, osato
sottolineare la “bellezza del contribuire, ciascuno con le proprie capacità,
alle spese necessarie per il bene comune”.
Pochi giorni fa ho rivisto e voluto rivedere sugli schermi televisivi
questa sua dichiarazione e mi sono ancora sorpreso che queste parole di
altissimo valore civile possano essere state oggetto di ironia e disprezzo.
Debbo purtroppo concludere che questo non può che essere la conseguenza
di un degrado del costume etico e democratico della nostra Italia, come era
peraltro la sua dominante preoccupazione anche nei lunghi incontri che abbiamo
avuto nelle settimane precedenti la sua morte.
L’altra battaglia di contenuto etico che ha voluto combattere durante la
sua azione di Ministro dell’Economia e delle Finanze è stata la lotta contro il
morbo del breve termine che corrode tutte le democrazie moderne, ma in
particolar modo quella italiana.
Una malattia che spinge il decisore politico a pensare solo all’oggi e
non al domani, rincorrendo il singolo voto della sempre prossima e imminente
elezione politica.
Una malattia che, alla lunga, non può che portare all’indebolimento e
poi all’estinzione di qualsiasi organizzazione sociale. E che è in grado di
distruggere completamente la fiducia dei cittadini nella nostra democrazia.
La principale virtù che va riconosciuta a Tommaso è proprio quella di
avere individuato gli obiettivi da raggiungere nel lungo periodo, averli
perseguiti con tenacia e avere preparato gli strumenti, le procedure e i
regolamenti necessari ad assicurare la concreta realizzabilità del percorso
individuato.
Con lo stesso metodo è stato affrontato il disegno federalista. Non per
vincere una gara di demagogia, ma per raggiungere questo obiettivo rispettando
i vincoli legati alla partecipazione dell’Italia all’Europa e i principii volti
a garantire la perequazione tra i territori. Questi obiettivi (come ripeteva
Tommaso) non possono che essere raggiunti attraverso il superamento della spesa
storica, attraverso il coordinamento tra i diversi livelli di governo e la
definizione dei livelli essenziali delle prestazioni.
Soprattutto spiegando apertamente che non è possibile pensare ad un
federalismo in cui tutti guadagnano percentualmente rispetto al passato e in
cui nessuno deve cedere qualcosa.
Non mi nascondo che questo metodo rigoroso di lavoro applicato in tutte
le decisioni politiche ha iniettato forti tensioni in non pochi momenti di vita
della coalizione di Governo, ma tale metodo è stato tenacemente applicato,
nella ferma convinzione che senza questa durezza non si sarebbe mai potuto
uscire dalla spirale negativa in cui l’Italia si era avvitata.
Questi concetti sono riassunti nelle parole di Tommaso quando scriveva
(Corriere della Sera, 12 novembre 2006) che “fare ordine alla spesa pubblica
rinunciando al superfluo è faticoso, per le persone come per le istituzioni;
tuttavia questo sforzo può costituire l’occasione, forse irripetibile, per
migliorare la qualità dei servizi pubblici e rendere il paese migliore e più
competitivo”.
Credo che la crisi economica non abbia reso obsoleti questi obiettivi.
Credo invece che li abbia resi più urgenti e necessari. E’ quindi indispensabile
cogliere il significato profondo della battaglia combattuta da Tommaso
Padoa-Schioppa per indirizzare il bilancio pubblico verso la crescita economica
e per ridurre progressivamente nel tempo il carico fiscale sui contribuenti che hanno fatto il loro
dovere, con il risultato di alleggerire anno per anno il peso del debito. Una
politica difficile, che esige di investire nel lungo periodo, che esige
costanza e che richiede di pensare continuamente al futuro e non al presente.
Una politica che noi chiamavamo confidenzialmente “la politica delle formiche”.
Mi rendo conto che anno per anno queste formiche debbono trasportare un
peso sempre maggiore e che da tempo questo peso ha raggiunto un livello quasi
insopportabile.
Bisogna perciò che le tante formiche lavorino insieme, camminino nella
stessa direzione e ciascuna di esse porti un peso adeguato alle sue forze.
Questo però non basta.
Bisogna che questo Paese si ponga il comune obiettivo di spendere meglio.
E, come ripeteva Tommaso vi è un ampio spazio per riuscirci. Alcuni
risultati possono essere ottenuti con l’eliminazione dello spreco, la
correzione di fenomeni di cattivo costume e la riduzione dei costi della
politica. Altri, quantitativamente più rilevanti, potranno essere conseguiti
solo incidendo sulla organizzazione degli uffici, sulla loro dislocazione
territoriale, sulle strutture dell’amministrazione e sulla gestione delle
risorse, adeguando le strutture ai nuovi e diversi bisogni, eliminando
programmi obsoleti e funzioni anacronistiche. Per fare ciò occorre intervenire
sui meccanismi profondi di generazione della spesa, rivedere le priorità in
ciascun settore, abbandonare attività ormai superflue, riconsiderare le
modalità di definizione dei costi e l’organizzazione della produzione dei
servizi, sfruttando sempre le possibilità offerte dalle nuove tecnologie.
Si tratta di un insegnamento molto semplice perché semplice è il
richiamo alle necessarie virtù collettive.
Un richiamo che Tommaso Padoa-Schioppa ha costantemente ripetuto con le
parole e con l’esempio della sua azione.
Un richiamo che il più delle volte si è perso nei complicati meandri
della politica e nelle incomprensioni della società.
Un richiamo che tuttavia noi dobbiamo fare nostro se vogliamo preparare
un posto per la nostra Italia in un mondo in cui i cambiamenti procedono con
una velocità e un’ampiezza senza precedenti.
Romano Prodi
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