28 luglio 2011
Marilena Adamo,
classe 1950, Senatrice dal 2008 dopo avere ricoperto numerose cariche a Milano,
dà voce, sul suo blog, a uno stato d’animo diffuso,almeno tra i “militanti”
della sua generazione: “Da giovane ho creduto che non poteva, non avrebbe mai
potuto accadere in casa nostra. Troppo diversi, troppo appassionati, troppo
attenti a verificarci l'un l'altro. Al massimo, si sussurrava, qualcosa per far
vivere il partito. In una zona d'ombra che a noi militanti normali era
rigorosamente preclusa. Invece accadeva, è accaduto anche in quegli anni, e,
scoprimmo con tangentopoli, non solo per il partito, come se poi il partito
fosse sopra la legge. Nel frattempo, con la laicità democratica, mi sono
rassegnata che sì, può capitare dappertutto, anche da noi: troppo potere
personale, gestito troppo a lungo, troppe tentazioni, producono statisticamente
una quota di corruzione. Tutto sta a generare di continuo anticorpi:
trasparenza delle procedure, rotazione degli incarichi, rapporto continuo
governanti governati. Se la quota è, diciamo così, fisiologica, se
complessivamente l'ambiente è sano, il problema si risolve con questi mezzi”.
L’inchiesta che coinvolge Filippo Penati è uno choc che il Pd milanese e
lombardo fa e farà fatica a metabolizzare. Perché, comunque si voglia giudicare
la personalità politica dell’ex sindaco di Sesto San Giovanni,e quali che siano
gli sviluppi dell’eventuale azione penale, Penati è stato, nell’ultimo
decennio, l’uomo forte, il front man più esposto e più accreditato dei
democrats lombardi. Non tanto in quanto simbolo della resistenza del consenso
in un’antica roccaforte della sinistra come la vecchia Stalingrado d’Italia
investita da un tumultuoso processo di trasformazione urbana – dall’industria
al terziario – e conseguentemente del suo paesaggio sociale. Ma soprattutto per
la capacità di imporsi, negli anni del dominio forza-leghista, alla guida della
Provincia di Milano, rompendo il monopolio del centrodestra e accreditandosi
come l’interlocutore più autorevole del centrosinistra nei confronti dei
vertici istituzionali di altro segno. E, in questa veste, capace di costruire
rapporti spregiudicati soprattutto con il partito di Bossi - del quale, in una
certa fase, fu accusato di imitare alcuni atteggiamenti - nell’intento di
ridimensionare il peso di Forza Italia. Ne sa qualcosa, ad esempio, Leonardo
Carioni, proiettato, proprio grazie ad un abile gioco di sponda, alla
presidenza dell’Unione delle Provincie lombarde e nel Consiglio di
amministrazione della Pedemontana. Per il suo attivismo, il suo carattere
deciso, la memoria di una vittoria insperata, fu abbastanza naturale che il
centrosinistra, dopo la sua mancata rielezione a Palazzo Isimbardi, si
affidasse nuovamente a lui per l’ennesima sfida a Formigoni. Chi lo conosce sa
che quella alla presidenza della Regione è stata una candidatura vissuta con
una certa sofferenza e interpretata con poca convinzione. Le ambizioni vere di
Penati riguardavano semmai la poltrona di sindaco di Milano. Ma il “sacrificio” di Penati fu compensato
con l’assunzione della discussa carica di vice-presidente del Consiglio
regionale e, soprattutto, del ruolo di coordinatore della segreteria di
Pierluigi Bersani. Una posizione conquistata sul campo, come responsabile della
campagna congressuale della maggioranza che si sarebbe imposta nella
conta interna e poi nelle “primarie”. Una collocazione che non ammetteva
equivoci: al di là dei ruoli formali, era lui, Filippo Penati, il “capo” del Pd
lombardo. L’espressione di un territorio che gli era stato affidato di
rappresentare e, insieme, l’interprete autentico, la longa manus del
“centro”. Sarebbe stato lui qui il “cane
da guardia” della linea del segretario, l’uomo incaricato di stoppare qualsiasi
avvisaglia di dissenso, come quella rappresentato dalla presa di posizione
critica dei settantacinque “veltroniani”, accusati ad arte di preparare una
scissione allo scopo di screditarne gli argomenti. Un’offensiva che vide
proprio Penati protagonista di un tour
de force di riunioni che fece tappa
anche Como. Penati appartiene a una generazione, a una tipologia di dirigenti
della sinistra, portata per temperamento, prima ancora che per una convinzione
meditata, a mettere avanti a tutto “l’unità del partito”, la fedeltà a una
logica bene espressa dal richiamo scritto sulle tessere del vecchio Pci:
“Difendere il partito da ogni attacco”. Anche quando “l’attacco” era
nient’altro che l’espressione pubblica di un punto di vista critico o la scelta
di un canale di comunicazione “esterno”. Bisogna ammetterlo: in alcuni pesa
ancora l’eredità di un “partito chiesa” che è rappresentata, gestita da un
pezzo del ceto politico, del gruppo dirigente, che insiste ad assegnarsi uno
status particolare, separato. Una sopravvivenza del vecchio “apparato” abituato
a operare, come scrive la Adamo, “in una zona d'ombra” rigorosamente preclusa
ai “laici”. E che avverte, talvolta, come proprio anche il compito di reperire
le risorse necessarie a far vivere l’organizzazione attraverso canali
sconosciuti agli iscritti. Ottenendo in cambio, talvolta, la possibilità di
costruire, anche grazie ai meriti acquisiti su questo fronte, la propria
carriera politica. Nell’identikit di questo tipo di dirigente ci sono realismo
e fedeltà alla “causa” ma anche una buona dose di doppiezza.
Ha ragione la Adamo. E’ in questo “doppio regime”, in questa separazione
tra l’impegno politico ordinario e
l’esistenza di un ambito distinto e frequentato da pochi che affondano le loro
radici i fenomeni di opacità, di scarsa trasparenza. Nel gioco a somma zero che
riserva a un numero ristretto di insider le posizioni di maggiore influenza,
nella disinvoltura con cui si sommano gli incarichi e si spende l’autorevolezza
acquisita. Si tratta di una deformazione che ha molti complici, anche tra
quanti si credono puri, si reputano innocenti. Sono tutti quelli che insistono
a vedere “il partito” come un fine piuttosto che come un mezzo, a considerare
ciò che accade tra le mura delle sedi di partito come separato, come altro da
ciò che accade nella società. Dal terremoto che sta investendo il
centrosinistra, e non solo a Milano, non si possono cioè chiamare fuori
neppure quegli stessi che, per una
generosità che sconfina nella dabbenaggine, sono abituati a “fidarsi”, al punto da eccedere nella delega e finiscono, talvolta, per dare voce
all’insofferenza suscitata ad arte nei confronti di chi si ostina a vedere in
una osmosi feconda tra società e politica, nella trasparenza della discussione,
nella franchezza del confronto, non solo un mezzo per dare un senso alla
politica ma anche un modo per rinnovarla e per prevenire i fenomeni di
malcostume.
EMILIO RUSSO
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