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Le riforme istituzionali ed elettorali possibili prima delle elezioni del 2013
Roma, Marzo 2012
Le seguenti proposte sono state elaborate, su iniziativa dei deputati Enrico La Loggia
(Pdl) e Linda Lanzillotta (Api/Terzo Polo) e del senatore Walter Vitali
(Pd) da un gruppo di parlamentari composto anche da: sen. Marilena
Adamo (Pd), on Marco Causi (Pd), on. Renato Cambursano (Misto), sen.
Stefano Ceccanti (Pd), sen Antonio D’Alì (Pdl), sen. Enrico Morando
(Pd), sen. Andrea Pastore (PdL), sen. Tiziano Treu (Pd), on. Salvatore
Vassallo (Pd). Le proposte sono state predisposte in collaborazione con
gli esperti della Fondazione Astrid, tra i quali Franco Bassanini,
Vincenzo Cerulli Irelli, Gian Candido De Martin, Giorgio Macciotta,
Alessandro Pajno, Franco Pizzetti, Jacopo Sce, Luciano Vandelli, Massimo
Villone.
Mentre
il Governo Monti in collaborazione con la maggioranza parlamentare che
lo sostiene opera per la messa in sicurezza dei conti pubblici, per la
coesione e l’equità sociale e per il rilancio della crescita e della
competitività del paese, noi pensiamo che quest’ultimo scorcio di
legislatura debba essere impiegato anche in un altro compito essenziale:
varare un ristretto ma incisivo pacchetto di misure di riforma
costituzionale ed elettorale, scegliendo quelle che possono avere
nell’immediato maggiore impatto e che presentano, nel contempo, ostacoli
politici non insormontabili.
Si
tratta di misure essenziali per dare strumenti efficaci di azione a chi
dovrà, nella prossima legislatura, proseguire e completare il lavoro
ora iniziato. Proporle e vararle è compito delle forze politiche più che del Governo, le quali anche su questo terreno possono e debbono riconquistare legittimazione e consenso.
Riteniamo
molto positivo che questo percorso sia stato avviato. L’accordo di
principio tra i tre maggiori partiti che sostengono l’attuale governo è
un atto significativo e apprezzabile. Crediamo tuttavia che debba essere
ora seguito da scelte veramente incisive, che portino a superare il
bicameralismo perfetto e a conservare il bipolarismo in una nuova
chiave, più favorevole alla formazione di governi politicamente coesi.
1. Forma di governo: rapporti Governo-Parlamento
Per rafforzare la stabilità e la coesione dei governi e riequilibrare il rapporto tra Parlamento e Governo proponiamo:
· che il potere di dare e revocare la fiducia spetti alla sola Camera dei Deputati ;
· che
dopo le elezioni, il candidato alla Presidenza del Consiglio,
individuato dal Presidente della Repubblica sulla base dei risultati
elettorali, si presenti alla sola Camera dei Deputati , per ottenerne la
fiducia; la nomina vera e propria e il successivo giuramento avverranno
una volta ottenuta la fiducia della Camera;
· che
al Presidente del Consiglio che abbia avuto e conservi la fiducia della
Camera, spetti il potere di proporre al Capo dello Stato non solo la
nomina ma anche la revoca dei ministri;
· che
il Presidente del Consiglio possa essere sfiduciato solo con
l’approvazione a maggioranza assoluta, da parte della Camera, di una
mozione di sfiducia costruttiva, comprendente l'indicazione del nuovo
Presidente del Consiglio;
· che
il Presidente del Consiglio in carica abbia il potere di richiedere al
Presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato della Camera dei
deputati e che la Camera sia sciolta se nei venti giorni successivi non approva una mozione di sfiducia costruttiva;
· che si proceda allo scioglimento anticipato anche quando la Camera
abbia respinto un provvedimento sul quale sia stata posta la questione
di fiducia, se entro i successivi venti giorni non sia stata approvata
una mozione di sfiducia costruttiva;
· che
il il Governo disponga di una corsia preferenziale per l’approvazione
dei provvedimenti che ritiene essenziali per l’attuazione del suo
programma. Essi dovrebbero, a richiesta del Governo, essere votati entro
venti giorni dalla richiesta, nel testo scelto dal Governo, articolo
per articolo e con votazione finale;
· che siano costituzionalizzati i limiti alla decretazione d'urgenza contenuti nella legge 400/1988.
2. Ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni
E’
opinione quasi unanime che il punto più critico del nuovo titolo V
della Costituzione approvato nel 2001 sia costituito dalla ripartizione
delle competenze legislative tra Stato e Regioni (Art. 117), e in
ispecie dalla enumerazione delle materie di competenza concorrente fra
legislatore statale e regionale.
Proponiamo dunque che nella modifica costituzionale in corso di discussione vi siano anche limitate modifiche all’articolo 117 della Costituzione. Esse dovranno prevedere quanto meno:
· che
l’elenco delle materie a competenza concorrente sia radicalmente
sfoltito, assegnando alla competenza esclusiva dello Stato “le grandi
reti di trasporto e navigazione, i porti e aeroporti civili di interesse
nazionale, la produzione e il trasporto di energia di interesse
nazionale, l’ ordinamento della comunicazione e le reti di
telecomunicazione di interesse nazionale” e attribuendo conseguentemente
alla potestà legislativa regionale le infrastrutture e le reti di
interesse regionale e locale e i porti turistici;
· che,
nella stessa logica, siano riportate alla competenza esclusiva del
legislatore statale l’ “ordinamento delle professioni” e la “sicurezza
sul lavoro” ;
· che
nell'art. 117 sia inserita la clausola di supremazia presente in varia
forma in tutti gli ordinamenti costituzionali federali, per esempio
prevedendo, come disposizione di chiusura dell’art. 117, che in ogni
caso “il legislatore statale, nel rispetto dei principi di leale
collaborazione e di sussidiarietà, può adottare i provvedimenti
necessari ad assicurare la garanzia dei diritti costituzionali e la
tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica” (formulazione
che rieccheggia quella contenuta nella Grundgesetz tedesca).
3. Riforma del bicameralismo
Proponiamo che si passi dall’attuale bicameralismo paritario ad un bicameralismo chiaramente differenziato.
La Camera
dei deputati, eletta a suffragio universale e diretto, avrà l'esclusiva
del rapporto fiduciario (dare e negare la fiducia al Governo) e avrà
l’ultima parola sulla grande maggioranza delle leggi.
Salve
le eccezioni più avanti indicate, le leggi saranno discusse e approvate
dalla Camera. Il Senato potrà, entro un termine predeterminato e breve,
decidere di esaminare le leggi approvate dalla Camera e proporre a
questa emendamenti. Spetterà alla Camera valutare gli emendamenti
proposti dal Senato, approvarli o respingerli.
In alcune materie, molto rilevanti per il sistema delle autonomie territoriali, la Camera
(pur avendo l’ultima parola) potrà respingere gli emendamenti del
Senato solo a maggioranza assoluta, a condizione che anche il Senato
abbia approvato gli emendamenti in questione con la maggioranza
assoluta. Si tratta delle leggi che stabiliscono i principi fondamentali
nelle materie di competenza concorrente ex 117.3, delle leggi di
conferimento di funzioni agli enti locali ex art. 118.2, delle leggi sul
coordinamento tra Stato e regioni ex 118.3, delle leggi sui livelli
essenziali delle prestazioni ex 117.3, delle leggi adottate in forza
della sulla clausola di supremazia da introdurre nell'art. 117 (vedi
sopra, par. 2).
Il
bicameralismo resterà paritario (uguali poteri delle due Camere nella
approvazione delle leggi) solo per: le leggi di revisione della
costituzione e le altre leggi costituzionali; le leggi elettorali; le
leggi in materia di organi di governo e funzioni fondamentali dei
Comuni, delle Province e delle città metropolitane; la legge su Roma
capitale; le leggi sul regionalismo differenziato ex art. 116.3; le
norme di procedura per partecipazione delle Province di Trento e Bolzano
a normative comunitarie (ex 117.5);; le leggi sui principi per le leggi
elettorali regionali ex 122.1.
Il Senato federale sarà, con le predette funzioni, la Camera di rappresentanza delle autonomie territoriali. Questo obiettivo può essere conseguito in due modi:
· prevedendo che il Senato sia eletto in secondo grado dai Consigli Regionali e dai Consigli regionali delle Autonomie Locali;
· oppure,
in alternativa, eleggendo direttamente i senatori con una elezione
contestuale a quella di ciascun Consiglio regionale, e unificando
l’elettorato attivo a 18 anni.
Delle
due soluzioni si tratta di scegliere quella sulla quale ci sia la
maggior convergenza parlamentare, evitando di rinviare ancora una volta
un problema che è stato ormai discusso ampiamente e che deve trovare finalmente soluzione se si vuole ridare autorevolezza e credibilità al Parlamento.
Potrebbe
essere inoltre unificata l’amministrazione del Parlamento, con una
riduzione effettiva dei costi economici e decisionali, pur garantendo
staff più solidi e qualificati a servizio dell’attività legislativa.
4. Riduzione del numero dei parlamentari
La
legislatura non deve chiudersi senza avere approvato la tante volte
promessa riduzione del numero dei parlamentari. Una riduzione del 20% è
il minimo accettabile. Una riduzione a 450 del numero dei deputati e a
non più di 225 del numero dei senatori sarebbe – a nostro avviso –
largamente giustificata dalla notevole riduzione del “carico di lavoro”
del Parlamento nazionale a seguito del progressivo trasferimento di
funzioni regolative verso i consigli regionali, le istituzioni europee,
il Governo, le autorità indipendenti.
Proponiamo
anche di sopprimere le circoscrizioni estere, studiando caso mai, per
gli italiani all’estero, forme di voto per corrispondenza che non
mettano a rischio i principi della personalità del voto.
5. Riforma elettorale
La
riforma del sistema elettorale deve a nostro avviso, innanzitutto,
consentire agli elettori di giudicare la qualità dei singoli candidati
al Parlamento, superando le lunghe liste bloccate della legge
attualmente in vigore. Deve frenare la frammentazione politica,
garantendo un pluripartitismo moderato e preservare la dinamica bipolare
e l’alternanza, senza tuttavia imporre la formazione di coalizioni
pre-elettorali artificiose, prive di coesione programmatica. Deve dunque
contenere elementi maggioritari tali da promuovere le aggregazioni e da
sollecitare una trasparente competizione tra grandi partiti
reciprocamente alternativi.
Riguardo
alla modalità di presentazione delle candidature e quindi alla scelta
dei singoli parlamentari da parte dei cittadini, è giustamente condivisa
l’idea che convenga seguire il modello tedesco. Ciò significa prevedere
che metà dei seggi sia
attribuita nell’ambito di collegi uninominali al candidato che, in
ciascun collegio, avrà preso più voti, e che l’altra metà sia
distribuita in modo da realizzare una compensazione proporzionale,
sottraendo quindi dal totale dei seggi spettanti a ciascun partito su
base proporzionale quelli già conquistati
nei collegi uninominali. Gli elettori darebbero un solo voto valido per
i candidati di collegio e per le liste circoscrizionali di uno stesso
partito. Le liste circoscrizionali dovrebbero essere davvero “corte”, in
modo da garantire una perfetta riconoscibilità dei candidati proposti
dai partiti per l’elezione. Si potrebbe stabilire che non siano formate
da più di tre o quattro candidati, prevedendo che laddove un partito
abbia diritto a più seggi e non ne abbia conquistati abbastanza nei
collegi uninominali della stessa circoscrizione, vengano ripescati i
suoi migliori perdenti negli stessi collegi. Sarebbe così assai facile
svolgere elezioni primarie per la scelta dei candidati, come minimo nei
collegi uninominali. Verrebbe ristabilita una relazione più immediata e
diretta tra elettori e singoli candidati, di collegio e di
circoscrizione, senza tornare alle preferenze.
Riguardo
alla modalità di ripartizione dei seggi tra i partiti, per le ragioni
indicate in premessa, il sistema elettorale non dovrebbe a nostro parere
produrre un puro rispecchiamento proporzionale. Deve anche essere il
più possibile semplice. Non riteniamo dunque adeguate soluzioni che
tendono a generare una distribuzione perfettamente proporzionale dei
seggi le quali verrebbero poi articificialmente “corrette” con soglie,
premi e ripartizioni selettive di quote riservate di seggi. Soluzioni di
questo tipo, oltre ad essere inutilmente complicate, rischiano di
essere inefficaci, di produrre sperequazioni non giustificabili ed
effetti paradossali non previsti.
A
nostro avviso la soluzione preferibile consiste nel ripartire i seggi
circoscrizione per circoscrizione, senza recupero dei resti, come nella
legge elettorale adottata per la Camera bassa in Spagna. La soglia
contro la frammentazione e il premio per i partiti più grandi sarebbero
prodotti in maniera implicita e graduale da un unico parametro: il
numero dei seggi assegnati in ciascuna circoscrizione. Se le
circoscrizioni non sono troppo grandi né troppo piccole (prevedendo in
media l’assegnazione di 14 seggi, sette dei quali in collegi
uninominali), questo sistema crea una “barriera naturale” alla
frammentazione perché, per conquistare uno dei circa 14 seggi in palio,
bisognerà avere intorno al 5% dei voti. I partiti che ottengano più o
meno il 10% dei voti avranno grosso modo, nell’aggregato nazionale, il
10% dei seggi; quelli più piccoli saranno un po’ sottorappresentati
(salvo i partiti con forte insediamento in specifiche regioni), quelli
più grandi moderatamente sovrarappresentati . Un partito che dovesse
scendere, al livello nazionale, fino a circa il 3% dei voti, potrebbe
ancora ottenere seggi in qualche circoscrizione e vedersi quindi
riconosciuto, senza stabilire ulteriori soglie o quote riservate, un
diritto di tribuna.
Premiando
le integrazioni, il sistema che proponiamo (tedesco con correzione
spagnola) stimolerebbe il riassetto del sistema politico intorno a 5-6
partiti e manterrebbe viva la dinamica bipolare attraverso la
competizione, decisiva, tra i due partiti più grandi.
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